La Notte, 29 aprile 1975
E’ morto Ramelli , dopo 48 giorni in coma
Lo studente massacrato dagli ultrasinistri
Dopo quarantotto giorni di straziante agonia è spirato , poco prima delle dieci, al reparto neurochirurgia padiglione Beretta, del Policlinico, Sergio Ramelli, 19 anni, lo studente simpatizzante per l’estrema destra massacrato bestialmente sotto casa da alcuni giovani di sinistra armati di spranghe di ferro il 13 marzo 1975.
Il giovane, dopo l’aggressione, fu trasportato d’urgenza al policlinico e sottoposto ad un intervento chirurgico durato cinque ore, nel corso del quale i medici riuscirono a ricostruire una parte della calotta cranica e della membrana cervicale.
Dopo la delicata operazione, Sergio Ramelli diede segni di miglioramento, dovuti alla reazione della sua forte fibra e alla giovane età; i medici del “Beretta”, a un certo punto, manifestarono un cauto ottimismo circa le possibilità di salvare il ragazzo, che reagiva in maniera sorprendente. LA prognosi, tuttavia, rimase sempre riservata sia “per la sopravvivenza che per la funzione”. Ciò significa che Sergio Ramelli, se anche fosse sopravvissuto, sarebbe probabilmente rimasto gravemente menomato, muto e semiparalizzato.
In seguitosono pervenute complicazioni polmonari che hanno rapidamente indebolito un fisico provato. Le energiche cure a cui è stato sottoposto non hanno potuto impedire il sopraggiungere di un collasso cardiocircolatorio che, ha spezzato l’esile filo che ancora legava Sergio Ramelli alla vita.
Aggressione Selvaggia
L’aggressione, messa a segno il 13 marzo 1975 in via Amadeo, davanti al palazzo segnato dal numero 40, dove il giovane abitava con i genitori ed i fratelli, non aveva avuto praticamente testimoni. Si sa che lo studente, dopo aver parcheggiato il suo motorino in via Paladini, si era diretto verso casa. Improvvisamente, all’angolo con la via Amadeo – era l’una e quindici – alcuni giovani armati di spranghe, bastoni, chiavi inglesi gli balzarono addosso colpendolo selvaggiamente al capo.
Sergio Ramelli crollo al suolo sanguinante. A questo punto i teppisti trasformarono il pestaggio in un vero e proprio linciaggio. Infierirono sul giovane sino a sfondargli la calotta cranica. Poi fuggirono, lasciandolo a terra svenuto e sanguinante.
Il Ramelli fu soccorso soltanto dopo qualche minuto da un commesso che avvertì immediatamente la portinaia dello stabile in cui la famiglia Ramelli abita da 22 anni. La donna, Graziella Zacchia, visto il giovane a terra, corse immediatamente ad avvisare la polizia ed una ambulanza.Lo studente, che perdeva materia cerebrale, venne ricoverato al Policlinico. Dopo l’intervento chirurgico Sergio Ramelli fu trasportato al reparto rianimazione. Qui è rimasto 48 giorni in stato comatoso. Le indagini dell’ufficio politico della questura presero il via subito dopo l’aggressione; nella stessa serata furono arrestati una decina di giovani, studenti del “Molinari” l’istituto che il Ramelli aveva frequentato fino a poco tempo prima. Questi giovani, tutti di estrema sinistra, furono poi rilasciati perché risultarono estranei al fatto. L’inchiesta si spostò poi tra i gruppi della sinistra extraparlamentare che operano nella zona Città Studi, dove abitava Sergio Ramelli. Questi, infatti, pochi giorni prima del fatale agguato, aveva affisso nel quartiere dei manifesti del “Fronte della Gioventù” che riguardavano l’uccisione del simpatizzante di destra Miki Mantakos, fulminato da un colpo di pistola a Roma durante gli incidenti avvenuti in occasione delle prime udienze del processo per la strage di Primavalle. Anche questa seconda pista, però, non ha dato alcun frutto.
Espulso dalla scuola per le ideologie politiche.
Il Ramelli, figlio di Mario, 47 anni e Anita Pozzi [sic] di 49 anni, era stato fiduciario del “Fronte della Gioventù” all’Istituto Molinari dove aveva studiato a lungo prima di esserne espulso a causa delle sue idee politiche, dopo un assurdo “processo” avvenuto durante un’assemblea studentesca. Proprio per quel motivo il padre lo aveva trasferito in una scuola privata dove frequentava il biennio quarta e quinta e si stava preparando per l’esame per perito chimico. Era già stato picchiato in altre occasioni. In particolare, una ventina di giorni prima dell’aggressione mortale la stessa sorte era toccata a suo fratello Luigi, scambiato per Sergio.
Lo stesso Sergio e suo padre erano stati ancora protagonisti di un’altra aggressione quando il giovane studiava la Molinari. Dopo una accesa discussione con il preside nell’atrio della scuola, erano stati circondati da un gruppo di studenti. Era nato un tafferuglio: insulti, sputi, botte. Un solo professore, al “Molinari” aveva difeso Ramelli, sostenendo che egli aveva diritto ad avere le sue idee politiche e che anche gli altri – proprio perché viviamo in una società democratica- dovevano rispettarle. Il suddetto professore era stato però “punito” per questo suo atteggiamento: la sua macchina era stata data alle fiamme dagli ultrasinistri. Sergio Ramelli apparteneva a una famigli di grandi tradizioni patriottiche. Due suoi parenti avevano ricevuto, nell’ultima guerra mondiale, la massima decorazione al valore: la medaglia d’oro al valore militare.
Il processo
I responsabili dell’infame aggressione verranno catturati solo dopo 10 anni, quando alcuni militanti dell’organizzazione extraparlamentare di sinistra “Prima Linea”, pentitisi, decisero di parlare. Gli assassini erano militanti di “Avanguardia Operaia” appartenenti al servizio d’ordine della facoltà di Medicina (sapevano benissimo, dunque, la pericolosità di colpi inflitti alla testa!): Walter Cavallari, Claudio Colosio, Marco Costa, Giovanni Di Domenico, Claudio Scazza, Franco Castelli, Luigi Montinari, Giuseppe Ferrari Bravo, Antonio Belpiede, Gianmaria Costantino, Brunella Colombelli (indicò al gruppo luogo e ora in cui colpire Ramelli). Il 02.03.’89 la II Corte d’Assise d’Appello dichiara gli imputati (eccetto il Costantino, deceduto) colpevoli di omicidio volontario, riconoscendo, però, loro l’attenuante del concorso cosiddetto “anomalo” in omicidio e riducendo le pene (la maggiore è così di 11 anni e 4 mesi).
Del gruppo killer solo Costa e Ferrari Bravo tornarono in carcere, per poi essere affidati l’uno all’affidamento sociale e l’altro alla semilibertà. Gli altri evitarono la galera con condoni e regimi limitativi o sostitutivi.
Ferrari Bravo è oggi giornalista del quotidiano di Rifondazione Comunista “Liberazione”.
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